Se il pessimismo cala, l’ottimismo è rimandato almeno al prossimo anno. Salvo scongiurare un nuovo lockdown e superare, al contempo, una incertezza ancora diffusa tra gli industriali del Piemonte. Solo nel 2021, infatti, si capirà se saranno confermati i primi segnali di ripartenza annunciati dall’andamento degli indicatori nell’indagine congiunturale dell’Unione Industriale sull’ultimo trimestre 2020. Il segno negativo resta, ma i numeri migliorano rispetto ai mesi a cavallo tra luglio e settembre: l’occupazione passa da -16% a -4,5%, la produzione da -33,3% a -11,5%, i nuovi ordini da -35,5% a -13,3%, la redditività da -42,6% a -20,5% e l’export da -29,7% a -14,5%.

«Regna l’incertezza»

«Regna l’incertezza ovunque. Ci auguriamo che non si vada incontro a un nuovo lockdown, sarebbe la fine del Paese e delle nostre imprese» sottolinea il presidente dell’Unione Industriale, Alberto Marsiaj. Per il presidente di Confindustria Piemonte, Marco Gay «non è opportuno parlare di ripresa, ma una ripartenza c’è. Le imprese del Piemonte si sono rimesse in moto con una capacità d’azione encomiabile, ci stanno mettendo la faccia per ripartire e riconquistare fette di mercato». Ma non dappertutto il quadro è lo stesso. La situazione più difficile riguarda Biella, con attese fortemente negative condizionate dall’andamento del settore tessile, uno dei più colpiti dalla recessione con il 77,5% delle aziende costretto a richiedere ammortizzatori sociali anche se le attese di nuove commesse dovrebbero salire a -27%. I miglioramenti più sensibili si registrano a Novara e soprattutto nel Canavese. Qualche miglioramento, in un quadro ancora molto problematico, si osserva anche ad Alessandria, Cuneo, Verbania e Vercelli. A Torino le attese delle imprese rimangono negative, ma il miglioramento degli indicatori è significativo. Il ricorso agli ammortizzatori sociali, infatti, passa da 59% a 39%, anche se resta molto elevato. Il tasso di utilizzo degli impianti si riporta al 70%.

Gli effetti del Covid

Il 48,8% delle 1.200 aziende interpellate per l’indagine dell’Unione Industriale giudica «significative ma recuperabili» le perdite complessive subite per effetto della crisi, un ulteriore 36,5% ritiene «limitato» l’impatto. Più pessimista il rimanente 15,1%, che ritiene «molto gravi» gli effetti economici del virus.

Le sfide di domani

Le risorse per supportare la ripresa ci sarebbero. «È una vergogna non aver deciso di andarsi a prendere 36 miliardi del Mes: in Piemonte ci sarebbe una ricaduta di 2 miliardi e il Parco della Salute, per esempio, sarebbe già ripagato» afferma con decisione Marsiaj. All’orizzonte, però, si affacciano anche il rischio dei licenziamenti una volta finito lo stato di emergenza prorogato dal Governo al 31 gennaio. «Nessun imprenditore vede i licenziamenti come un’opportunità» puntualizza Gay, auspicando che si metta in campo un piano di politiche attive che permetta il “turn over” e la creazione di nuovi posti. Secondo Marsiaj, invece, bisogna guardare di più alla dimensione delle aziende. Se le medie riescono ad ammortizzare meglio le perdite, quelle piccole restano in crisi profonda. «Le nostre aziende hanno una dimensione troppo limitata» commenta Marsiaj, per il quale «bisogna lavorare sulle dimensioni affinché l’azienda cresca, si innovi e allarghi l’export, aumentando così l’occupazione, perché il rischio è la tenuta sociale. Torino soffre di una disoccupazione giovanile del 33%».