«Ha febbre? Tosse? Bene, mi mandi un video su whatsapp». I pediatri fanno di tutto pur di andare incontro ai genitori preoccupati, ma non fanno nessuna deroga alla regola aurea: se ci sono sintomi influenzali non si può entrare in ambulatorio. Nessuna eccezione per i bambini, a cui vengono negate anche le visite a domicilio. Prima bisogna fare il tampone.

«Se presenta raffreddore e tosse non può essere visitato – ci spiega una pediatra convenzionata del centro a cui abbiamo chiesto assistenza fingendoci genitori di un bimbo di due anni, con 38 di febbre -. Non c’è modo di capire con una visita generica se i piccoli hanno o meno il Coronavirus. L’unico modo per fare le diagnosi è il tampone».

Su dieci dottori convenzionati con l’Asl che abbiamo chiamato, nove hanno risposto con un secco “no”, quando gli è stato chiesto se fosse possibile far visitare il bambino. «Prima bisogna fare il tampone» è il mantra che risuona da uno studio medio all’altro della città. Inizia così l’odissea dei genitori, che si recano con i figli al Regina Margherita per rispettare la procedura. In coda, aspettando di entrare nel tendone della Protezione Civile, le mamme e i papà devono spiegare la situazione ai bambini. «La piccola ha due mesi e non si ricorderà nulla – racconta un papà – ma sono preoccupato per mio figlio: ha quasi tre anni, vede gli altri bambini uscire piangendo dopo aver fatto il tampone e capisce che sta andando in contro a qualcosa di spiacevole». L’operazione infatti, seppure della durata di qualche secondo, risulta molto fastidiosa anche per gli adulti. I genitori però non hanno alternativa: i pediatri non visitano se prima non sono sicuri che i piccoli pazienti siano negativi. «Se non c’è il sospetto che possa essere Coranavirus lo visito – ci spiega un’altra pediatra -. ma se ci sono dei sintomi riconducibili alla malattia prima di venire qui deve fare il tampone». Quando poi i genitori lamentano di dover fare lunghe code con i bambini piccoli e malati al seguito, i medici minimizzano: «Il tampone ormai si può fare il giornata».

Le precauzioni sono massime per due ordini di ragioni. Da un lato, a preoccupare è l’età media dei pediatra di Torino, che si attesta intorno ai 55 anni e li rende soggetti particolarmente a rischio in caso di contagio. Secondariamente, gli ambulatori non sarebbero in grado di reggere i problemi legati a un eventuale caso positivo. «Portare il bambino in ambulatorio è rischioso» conferma anche un dottore della Circoscrizione Due. Spazio dunque alle soluzioni. «Se la febbre non passa sentiamoci telefonicamente domani – cerca di essere rassicurante una dottoressa -. Altrimenti può mandarmi un video su whatsapp in modo tale che io possa valutare».